Appartiene alla stagione
romantica dell’Ottocento con un omaggio a Ludwig van
Beethoven l’apertura e la chiusura del concerto
del 7 e 8 ottobre che si terrĂ al Teatro Verdi
con l’esecuzione della famosa ouverture "Coriolano"
a cui farĂ seguito, nella seconda parte del
programma, la grandiosa Settima Sinfonia in La
maggiore op. 92.
L’ouverture "Coriolano"
Se la maggior parte delle ouvertures di Beethoven nacque
come introduzione sinfonica a uno spettacolo teatrale:
un Singspiel, come nel caso del Fidelio, o un
balletto (Le creature di Prometeo) o una serie di
musiche di scena (l’Egmont), diversa è la storia
dell’ouverture Coriolano, che deriva il suo
titolo da quello di una tragedia del drammaturgo
austriaco Joseph Collin, stimato anche da Goethe. Collin
non ebbe timore di affrontare con lo stesso titolo, lo
stesso argomento illustrato da William Shakespeare e
scrisse il suo dramma facendolo rappresentare per la
prima volta nell’aprile del 1807. La trama dei due testi
comunque divergeva in un aspetto fondamentale.
Shakespeare è più fedele alla vicenda storica di Gneo
Marzio Coriolano, condottiero romano vissuto fra il VI e
il V secolo A.C., che dopo aver gloriosamente combattuto
contro i Volsci si era alleato con loro contro la sua
stessa patria, e indotto al ripensamento dalle suppliche
di moglie e figlia aveva finito per essere ucciso dai
Volsci stessi; Collin invece, puntando piĂą sul dissidio
interno del protagonista, lo fa perire suicida. Questo
finale piacque a Beethoven tanto da spingerlo a comporre
questa ouverture, che vide la sua prima esecuzione nel
dicembre 1807, nel palazzo viennese del principe
Lobkowitz. L’ouverture potrebbe dunque essere nata come
riassunto dei contenuti spirituali del dramma di Collin,
giustificando la lettura dell’ouverture come pezzo in
qualche modo "a programma", se non come anticipo del
poema sinfonico vero e proprio. Beethoven infatti la
caratterizzò stilisticamente ed espressivamente in modo
tale da farne la piĂą efficace sottolineatura dei valori
morali del Coriolano di Collin che fosse
possibile lecito immaginare." Dal fortissimo imperioso,
catastrofico, che apre l’ouverture con una serie di
colpi di maglio…. alle frasi misteriosamente
supplichevoli che sembrano contrapporvisi senza ottenere
risposta, al successivo inarrestabile procedere di
momenti melodici brevissimi ma indimenticabili alternati
a nuove impennate drammatiche, tutto nell’ouverture
sembra ricordarci – come sostiene il musicologo Daniele
Spini - il fatalismo della Quinta sinfonia,
completata pochi mesi dopo".
La Settima Sinfonia in
La maggiore op. 92. di Beethoven nasce come omaggio
a Cherubini e Händel, grandi modelli ideali della
produzione "piĂą seriosa" del grande compositore. La
Sinfonia è caratterizzata da un’energia dirompente, non
sottoposta al consueto lavoro di ripulitura e
affinamento, quasi che il soggetto dia voce a forze
primordiali. Non a caso la celeberrima definizione
"apoteosi della danza" coniata da Wagner per quest’opera
coglie bene il senso di un lavoro in cui il ritorno
"oggettivo" ai ritmi di danza si sposa ad una
aggressivitĂ , caratterizzata da bruschi contrasti di
sonoritĂ . Nell'arco creativo di Beethoven, le forme
intense ma limpide della Settima rappresentano un
capitolo a sé: breve ma di qualità artistica forse
insuperata. In esse si giunge ad una conclusione
irreversibile e storicamente consapevole di tutta
l'avventura stilistica e spirituale che oggi
identifichiamo con il suo periodo creativo centrale,
caratterizzato da una pienezza soddisfatta e
autosufficiente.
Tra le due composizioni
beethoveniane, nel conceerto, si inserisce il
Concerto in Si bem. maggiore per fagotto e orchestra K
191 di Wolfgang Amadeus Mozart. Come altri
strumenti a fiato, il fagotto nel classicismo viennese,
e comunque in una fase preromantica della storia della
musica, fu onorato da un buon numero di composizioni
solistiche, per lo piĂą nella forma del concerto con
accompagnamento d'orchestra. Si trattò, nella maggior
parte dei casi, di pezzi scritti sulla misura di qualche
virtuoso, degno di emergere sensibilmente al di sopra
della dimensione correntemente assegnata a questi
strumenti: di esser cioè parte dell’orchestra, o
componenti di formazioni destinate alla musica da
intrattenimento, meglio se da eseguire all'aperto, in
condizioni quindi festose, disimpegnate e in certo senso
inferiori, artisticamente e socialmente, a quelle
abitualmente riconosciute al pianoforte o al violino.
Lavori di questo genere Wolfgang Amadeus Mozart ne
scrisse diversi tra cui questo Concerto per fagotto
KV 191 portato a termine, secondo il catalogo
redatto da Mozart stesso, il 4 giugno 1774, a poco piĂą
di diciotto anni, e che è il più antico di tutta
una serie. Destinatario, o comunque acquirente, del
pezzo sembra essere stato un ricco virtuoso dilettante
di Monaco, il barone Thaddeus von DĂĽrnitz, che lo
commissionò a un Mozart ancora diciottenne.
La destinazione a uno
strumento all'epoca non ancor del tutto ammesso fra
quelli piĂą nobili, e le circostanze occasionali della
sua creazione, non impedisce a Mozart di creare con
questo Concerto in si bemolle maggiore un lavoro
d’indubbio valore e interesse, da sempre cavallo di
battaglia dei maggiori fagottisti di tutto il mondo.
Bellissimo in particolare il tema dell’"andante ma
adagio" centrale, sul quale fagotto solista e orchestra
dialogano con notevole espansione lirica confermando il
carattere disimpegnato ma estremamente elegante di
questa composizione.
Solista il primo fagotto
dell’Orchestra del "Verdi" Matteo Rivi nel cui
curriculum figura una triennale collaborazione
l'orchestra giovanile "Gustav Mahler" di Vienna, diretta
da Claudio Abbado, la collaborazione con l'Orchestra
della Svizzera Italiana, il Carlo Felice di Genova,
l'Orchestra della Radio di Vienna, l'Orchestra da Camera
di Berna, l'Orchestra di Padova e del Veneto e il ruolo
di primo fagotto al Teatro Regio di Torino con cui ha
collaborato stabilmente per 12 anni.