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Nei primi anni del ‘900 la scenografia
era situata nella soffitta del teatro, come peraltro d’uso in tutti i
teatri lirici dell’epoca.
L’ampiezza, pari all’incirca a quella della platea, la luminosità
diffusa dagli abbaini ed il pavimento in tavolato di legno si prestavano
bene a questa destinazione d’uso.
La gestione era di tipo familiare, i Rossi infatti avevano l’incarico di
eseguire le scenografie per conto del teatro ed avevano una totale
autonomia gestionale. Fino a non molti anni fa era presente una targa
all’esterno del teatro con il nome dei Rossi.
Le scene, generalmente dipinte, erano realizzate su carta
speciale, proveniente dalla Boemia. Solo più tardi si iniziò ad usare la
tela che i Rossi si recavano a comprare personalmente presso un
cotonificio di Gorizia.
Le “fortezzature” esterne ai fondali erano realizzate usando vecchie
lenzuola ed asciugamani, unica soluzione, visti i tempi di guerra.
Di queste scene alcuni elementi sono presenti al Museo Teatrale
“Carlo Schmid”.
L’ultimo
dei Rossi ad occuparsi di scenografia fu Mario, che per questa passione
aveva abbandonato l’orchestra dove suonava il violino.
Egli diresse il laboratorio, prima sotto la sovrintendenza Sbisà, poi
ancora fino all’epoca del mitico segretario generale Fulvio Gilleri.
L’unico dipendente in quel periodo era l’artista triestino Claudio Fuchs,
pagato direttamente dai Rossi. Successivamente questi diventò
Caposervizio dei laboratori.
Nel frattempo il numero dei dipendenti aumentò, vista la complessità
degli allestimenti, fino ad arrivare negli anni ’70 a quattro scenografi
: Fuchs, Calligaris, Perez e Grison, tutti ex allievi dell’ Istituto
d’Arte triestino, che avevano fatto la “gavetta” nella ditta Sormani di
Milano. Dal 2001 la direzione degli allestimenti scenici è curata da
Pier Paolo Bisleri.
La tradizione di usare l’Istituto d’Arte locale come vivaio di futuri
scenografi realizzatori è rimasta viva fino ad oggi.
E triestini sono alcuni tra i migliori realizzatori o direttori di
scenografie private in Italia, come Silvano De Foregher al Regio di
Torino, Lauro Crisman alla Fenice di Venezia, Claudio Toncinich alla
Rubechini di Firenze, Luciano Visintin ancora a Firenze e Sergio Tavagna
alla TRS di Oderzo.
Ad assistere gli scenografi un gruppo di sei “macinatori” (ora
attrezzisti di scenografia), così chiamati perché alcuni decenni orsono
le terre colorate erano prodotte in blocchi solidi che dovevano esser
macinati per creare le tempere. Spesso gli scenografi facevano le loro
prime esperienze in questo settore.
La falegnameria in quegli anni era situata lontana dal teatro in alcuni
locali di via Udine.
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