Destinato a sostituire il piccolo,
settecentesco Teatro San Pietro, il Teatro che il 24 aprile 2001
ha festeggiato il suo bicentenario, fu edificato nel periodo che
vide la conflittuale alternanza delle occupazioni
franco-napoleoniche e del potere absburgico. La sua storia ha
inizio infatti nel 1798 quando il rappresentante del Granducato
di Toscana a Trieste - il commerciante Gian Matteo Tommasini -
cede la proprietà del terreno al Conte Cassis-Faraone, primo
proprietario del Teatro, che nel 1835 passerà a Moisè Hierschel.
Nel 1861 gli eredi Hierschel lo cedono al Comune.
Così l’edificio inaugurato come Teatro Nuovo e divenuto Teatro
Grande nel 1820, dal 1861 si chiamò Teatro Comunale, prima di
assumere, alla morte del Maestro, il nome di Verdi.
Contrastata è la genesi architettonica alla quale concorrono sia
Gian Antonio Selva (lo stesso della “Fenice” di Venezia) autore
del disegno generale e dell’interno, sia Matteo Pertsch, cui si
deve la progettazione definitiva della facciata, memore del
Piermarini (l’architetto della Scala) più volte interpellato
come consulente.
Complessa è la storia delle decorazioni interne e dei periodici
restauri, l’ultimo dei quali risale al 1992-1997 con la
ristrutturazione dell’intero edificio storico, che ha recuperato
l’aspetto originario della sala.
Dalla originaria illuminazione a candele e ad olio, il teatro è
passato nel 1846 alla illuminazione a gas, e nel 1889 alla luce
elettrica. Dai 1400 posti del 1801 è passato ai 2000/2100 (in
buona parte “in piedi”) di fine ottocento. Dopo un lungo periodo
di agibilità ridotta a un migliaio di posti, il “Verdi” ha
attualmente, a seguito dell’ultima ristrutturazione, la capienza
originale di circa 1300 posti.
Altrettanto complesse sono le vicende che hanno attraversato la
vita artistica del Teatro: dalle fortune e dalle sfortune degli
impresari privati ottocenteschi alla costituzione dell’Ente
autonomo nel 1936 (sovrintendente Giuseppe Antonicelli, con
l’interregno postbellico di Cesare Barison), fino alla recente
Fondazione.