ATTO PRIMO
Nel giardino di casa, la giovane Iris
saluta il nuovo giorno che finalmente dissipa i tristi
sogni della notte, dove le sono apparsi
mostri,
draghi e serpenti a minacciare la sua bambola malata. La
voce del vecchio padre cieco la richiama in casa, ed
ecco che nel giardino appaiono davvero due mostri, che
rovineranno la sua povera vita: Osaka, giovane signore
vizioso e capriccioso che si è invaghito di lei e con
l’aiuto di un tristo lenone, Kyoto, vuole ad ogni costo
farla sua. I due uomini impiantano, sulle rive del
ruscello, un piccolo teatro di marionette; le lavandaie
del luogo fanno circolo, curiose ed ammirate; e anche
Iris si avvicina sebbene il padre la metta in guardia da
quei vagabondi. Una favola prende vita sul piccolo
palcoscenico: Dhia, fanciulla tormentata da un padre
tirannico e crudele, invoca la morte e viene rapita in
cielo dall’affascinante Jor, figlio del Sole, al quale
presta la voce Osaka in persona. Ora, mentre le musmè
osservano il ballo di tre geishe che impersonano la
Bellezza, la Morte e il Vampiro e Kyoto va in giro a
raccogliere le offerte, Iris viene sollevata e rapita
dai saltimbanchi. Rimasto solo, invano il Cieco chiama
la figlia. Alcuni venditori ambulanti lo trovano a
terra, piangente: un foglio, lasciato sulla soglia di
casa con del danaro, da Kyoto, spiega che Iris è andata
allo Yoshiwara, il quartiere dei piaceri. Il Cieco,
straziato dal dolore, supplica che lo si accompagni in
città: vuole maledire la figlia che gli ha procurato
tanta vergogna. Barcollante e inebetito, il vecchio si
avvia.
ATTO
SECONDO
Iris, ancora priva di sensi, è nella
casa di Kyoto, luogo di piacere e di perdizione. Osaka
ammira la bellezza della fanciulla e pregusta con Kyoto
l’ebbrezza della conquista. Svegliatasi in quel luogo
sconosciuto, pieno di
un
lusso a lei ignoto, Iris crede di esser morta e di
trovarsi in Paradiso. Tenta di suonare il sàmisen, e
suoni discordanti escono dallo strumento; cerca di
dipingere, e solo orribili sgorbi vengono fuori dal suo
pennello. Essa piange allora, pensando alla sua casa, ai
suoi giuochi, al vecchio padre di cui era sostegno e
conforto. Ed ecco Osaka, bello, elegantissimo, che le si
presenta per sedurla: Iris riconosce la voce del pupazzo
Jor e, intimorita, lo chiama figlio del Sole. Osaka, con
una risata, tenta argomenti più terreni e convincenti.
Ma né vesti ricche né gioielli preziosi attraggono la
ragazza, che crede di ravvisare con spavento in Osaka -
che ha detto di essere il Piacere - la terribile piovra
di un vecchio racconto della sua infanzia. Il bacio
appassionato del giovane la fa prorompere in un dirotto
pianto: Iris chiede disperatamente la sua casa, i suoi
fiori, suo padre! Osaka, annoiato, rinuncia
all’avventura ed autorizza Kyoto ad esporre la fanciulla
al pubblico della strada. Kyoto le fa indossare una
veste trasparente che mostri tutta la sua bellezza e,
sempre minacciando di gettarla in un precipizio di cui
le fa vedere la profondità, la espone - dall’alto di una
veranda - alla folla che anima, piena di desiderio e di
cupidigia, le strade dello Yoshiwara. Fra la gente che
si accalca per ammirare Iris è ancora Osaka che, ripreso
dalla sua brama di possesso, si arrampica sulla veranda
invocandone il nome. Ma un urlo inumano fa eco alla sua
voce: è il Cieco, il vecchio padre di Iris, che,
condotto sotto la finestra alla quale sta esposta la
figlia e da lei chiamato con speranza e con gioia,
raccoglie manciate di fango e le scaglia contro Iris
maledicendola. Colpita nel volto da quel fango che essa
non meritava, Iris lancia un grido disperato e si
precipita nel baratro, che Kyoto poco prima le ha
mostrato. Mentre Osaka manda un urlo di terrore. il
Cieco continua a scagliare inconsciamente fango e
maledizioni.
ATTO
TERZO
Nel
fondo dell’abisso, Iris muore, uccisa dai desideri e
dall’egoismo degli uomini. Turpi cenciaiuoli frugano il
suo corpo per rubare vesti e gioielli e fuggono quando
essa dà deboli segni di vita. Alla sua domanda desolata
- «Perché?» - voci strane e beffarde paiono risponderle
da lontano: l’egoismo di Osaka, che ha pensato solo al
suo piacere, quello di Kyoto, che ha mirato unicamente
all’interesse, e infine l’egoismo del padre, per il
quale la perdita di Iris si risolve, in definitiva,
nella mancanza di un sostegno. Iris, muore nell’orrore,
in una disperazione senza nome, quando - dall’alto
dell’abisso, a poco a poco, e sempre più viva e fulgida
- la luce del Sole nascente giunge a confortarla. Il
sole inonda il baratro orrendo, illuminando il piccolo
corpo intorno al quale spuntano nubi di fiori. Iris,
così, è accompagnata in cielo da una pietosa e
trionfante visione di luci e di armonie.
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