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REGIA, SCENE, COSTUMI E LUCI
Pier Paolo Pacini
Diplomatosi come
attore sotto la guida di Orazio Costa Giovangigli,
negli anni ottanta ha svolto una intensa attività
teatrale interpretando ruoli di protagonista o
coprotagonista in opere di Sofocle, Ariosto, Molière,
Racine, Cechov, Ibsen, Beckett, Miller, Majakovskij.
Negli anni novanta ha iniziato ad occuparsi di regia
lirica lavorando come assistente di Piero Faggioni e
come direttore di palcoscenico e aiuto regista del
Teatro Comunale di Firenze, collaborando con registi
e direttori prestigiosi come Julie Taymor, Luc Bondy,
Lev Dodin, Zubin Mehta e Claudio Abbado. Ha
debuttato come regista nel 1997 con
Norma di
Bellini al Teatro Verdi di Pisa, con cui ha
stabilito un duraturo rapporto di collaborazione che
lo ha portato negli anni alla realizzazione di
Fidelio di Beethoven (regia e scene), Don
Carlo di Verdi (regia e scene) e la trilogia
Don Giovanni, Le nozze di Figaro (in
coproduzione con l’Accademia Chigiana di Siena),
Così fan tutte di Mozart. Continuativa anche la
presenza nella Stagione Lirica del Teatro
Petruzzelli a Bari dove ha realizzato il primo
allestimento in tempi moderni di Didon di
Piccinni (regia e scene), Capuleti e Montecchi
di Bellini (regia e scene) e ancora Don
Giovanni di Mozart. Tra i suoi allestimenti
all’estero: Serse di Haendel allo
Stadttheater di St.Gallen (regia e scene), Amelia
al ballo di Menotti e Il segreto di Susanna
di Wolf- Ferrari all’Opéra de Nantes e all’Opéra
di Angers (regia, scene e costumi), Norma,
all’Opera di Jerez . Per la prosa ha scritto e messo
in scena per il Teatro Comunale di Firenze
un’elaborazione del Peer Gynt di Ibsen
(regia, scene e costumi) e tra l’altro la prima
mondiale di The hidden stone di Robert
Villamediana all’Estate Fiesolana e La mandragola
di Machiavelli a Firenze in collaborazione con
il Teatro della Pergola. |
Note di regia
Peer Gynt, la tua origine
è grande e tu sarai grande un giorno!
Henrik Ibsen scrisse “Peer
Gynt” nel 1867. “L’interpretazione dei sogni” di
Freud con cui si dà convenzionalmente inizio
alla psicoanalisi è del 1900. Sarebbe quindi un
falso storico affermare che Ibsen possedesse
concetti come io, es e super io,
o che fosse in grado di descrivere strutture
tipicamente analitiche come i cosiddetti
“complessi”. Certo è però che la costruzione
stessa del lavoro, diviso in stadi della vita
(giovinezza, maturità e vecchiaia), la forte
simbologia favolistico-onirica (i trolds, il
Gran Curvo, il Viaggiatore, il Fonditore di
bottoni), i vari riferimenti del protagonista ad
un “io gyntiano” e soprattutto il finale del
dramma dove egli, ormai vecchio, si ricongiunge
con l’unica donna della sua vita con cui
possiamo a ragione pensare non abbia voluto
avere rapporti sessuali (“non ti insudicerò, con
le braccia tese ti reggerò lontana da me” ha
detto a Solveig poco prima di partire per il suo
“viaggio”) riconoscendola come donna madre (“di
questo fanciullo immaginario tu sei la madre”),
stimolano comunque una certa riflessione in
questo senso. Riflessione che diviene ancora più
pressante al momento di pensare ad un
allestimento del testo di Ibsen, poiché il
dramma, concepito in origine come un poema
drammatico e quindi con poca attenzione alle
necessità teatrali di messa in scena (la
lunghezza del testo, il dipanarsi negli
anni, il numero dei personaggi, il continuo
mutare di luoghi lo hanno reso di fatto
difficilmente rappresentabile) sembra non
permettere, verrebbe quasi da dire non volere,
una messa in scena più o meno realistica e
affascina e frustra nello stesso tempo con le
sue incongruenze. Da qui è nata l’idea di una
elaborazione del testo prima ancora di pensare
ad una messa in scena. Un tentativo di lettura
volutamente parziale, l’estrapolazione di una
parte e la considerazione attenta della parte
prescelta. Una sorta di studio a tema. La storia
che è narrata, talmente complessa e ricca da
offrire molti spunti diversi, tutti ugualmente
affascinanti, sembra autorizzare questa scelta e
ha permesso di pensare di spostare la vicenda da
un piano realistico ad uno esclusivamente
onirico- inconscio, trasformando i luoghi del
viaggio di Peer in rappresentazioni di diversi
luoghi della mente. Un viaggio anche metaforico,
dove passati lontano dal suo vero essere) e il
senso della circolarità della vicenda umana
fatta di morte e rigenerazione. Così nel “sogno”
finale, al momento del nostro ultimo affacciarci
all’inconscio di Peer, appare il segno
dell’ineluttabilità dello svilupparsi e crescere
dell’anima dell’uomo Peer e quindi dell’Uomo
fino alla sua morte, rappresentato da una figura
estranea alla nostra cultura ma la cui forza
evocativa (un dio distruttore che batte lo
scorrere del tempo) è sembrata essere coerente
con il mondo altro in cui la storia di Peer Gynt
è stata inserita.
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