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STAGIONE LIRICA E DI BALLETTO 2007-2008
PEER GYNT - L'Allestimento

REGIA, SCENE, COSTUMI E LUCI
Pier Paolo Pacini

Diplomatosi come attore sotto la guida di Orazio Costa Giovangigli, negli anni ottanta ha svolto una intensa attività teatrale interpretando ruoli di protagonista o coprotagonista in opere di Sofocle, Ariosto, Molière, Racine, Cechov, Ibsen, Beckett, Miller, Majakovskij. Negli anni novanta ha iniziato ad occuparsi di regia lirica lavorando come assistente di Piero Faggioni e come direttore di palcoscenico e aiuto regista del Teatro Comunale di Firenze, collaborando con registi e direttori prestigiosi come Julie Taymor, Luc Bondy, Lev Dodin, Zubin Mehta e Claudio Abbado. Ha debuttato come regista nel 1997 con Norma di Bellini al Teatro Verdi di Pisa, con cui ha stabilito un duraturo rapporto di collaborazione che lo ha portato negli anni alla realizzazione di Fidelio di Beethoven (regia e scene), Don Carlo di Verdi (regia e scene) e la trilogia Don Giovanni, Le nozze di Figaro (in coproduzione con l’Accademia Chigiana di Siena), Così fan tutte di Mozart. Continuativa anche la presenza nella Stagione Lirica del Teatro Petruzzelli a Bari dove ha realizzato il primo allestimento in tempi moderni di Didon di Piccinni (regia e scene), Capuleti e Montecchi di Bellini (regia e scene) e ancora Don Giovanni di Mozart. Tra i suoi allestimenti all’estero: Serse di Haendel allo Stadttheater di St.Gallen (regia e scene), Amelia al ballo di Menotti e Il segreto di Susanna di Wolf- Ferrari all’Opéra de Nantes e all’Opéra di Angers (regia, scene e costumi), Norma, all’Opera di Jerez . Per la prosa ha scritto e messo in scena per il Teatro Comunale di Firenze un’elaborazione del Peer Gynt di Ibsen (regia, scene e costumi) e tra l’altro la prima mondiale di The hidden stone di Robert Villamediana all’Estate Fiesolana e La mandragola di Machiavelli a Firenze in collaborazione con il Teatro della Pergola.

Note di regia

Peer Gynt, la tua origine è grande e tu sarai grande un giorno!

Henrik Ibsen scrisse “Peer Gynt” nel 1867. “L’interpretazione dei sogni” di Freud con cui si dà convenzionalmente inizio alla psicoanalisi è del 1900. Sarebbe quindi un falso storico affermare che Ibsen possedesse concetti come io, es e super io, o che fosse in grado di descrivere strutture tipicamente analitiche come i cosiddetti “complessi”. Certo è però che la costruzione stessa del lavoro, diviso in stadi della vita (giovinezza, maturità e vecchiaia), la forte simbologia favolistico-onirica (i trolds, il Gran Curvo, il Viaggiatore, il Fonditore di bottoni), i vari riferimenti del protagonista ad un “io gyntiano” e soprattutto il finale del dramma dove egli, ormai vecchio, si ricongiunge con l’unica donna della sua vita con cui possiamo a ragione pensare non abbia voluto avere rapporti sessuali (“non ti insudicerò, con le braccia tese ti reggerò lontana da me” ha detto a Solveig poco prima di partire per il suo “viaggio”) riconoscendola come donna madre (“di questo fanciullo immaginario tu sei la madre”), stimolano comunque una certa riflessione in questo senso. Riflessione che diviene ancora più pressante al momento di pensare ad un allestimento del testo di Ibsen, poiché il dramma, concepito in origine come un poema drammatico e quindi con poca attenzione alle necessità teatrali di messa in scena (la lunghezza del testo, il  dipanarsi negli anni, il numero dei personaggi, il continuo mutare di luoghi lo hanno reso di fatto difficilmente rappresentabile) sembra non permettere, verrebbe quasi da dire non volere, una messa in scena più o meno realistica e affascina e frustra nello stesso tempo con le sue incongruenze. Da qui è nata l’idea di una elaborazione del testo prima ancora di pensare ad una messa in scena. Un tentativo di lettura volutamente parziale, l’estrapolazione di una parte e la considerazione attenta della parte prescelta. Una sorta di studio a tema. La storia che è narrata, talmente complessa e ricca da offrire molti spunti diversi, tutti ugualmente affascinanti, sembra autorizzare questa scelta e ha permesso di pensare di spostare la vicenda da un piano realistico ad uno esclusivamente onirico- inconscio, trasformando i luoghi del viaggio di Peer in rappresentazioni di diversi luoghi della mente. Un viaggio anche metaforico, dove passati lontano dal suo vero essere) e il senso della circolarità della vicenda umana fatta di morte e rigenerazione. Così nel “sogno” finale, al momento del nostro ultimo affacciarci all’inconscio di Peer, appare il segno dell’ineluttabilità dello svilupparsi e crescere dell’anima dell’uomo Peer e quindi dell’Uomo fino alla sua morte, rappresentato da una figura estranea alla nostra cultura ma la cui forza evocativa (un dio distruttore che batte lo scorrere del tempo) è sembrata essere coerente con il mondo altro in cui la storia di Peer Gynt è stata inserita.

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