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Trieste - Teatro Verdi: terzo concerto della stagione sinfonica.

OperaClick, 02/10/2016

 

La stagione sinfonica del Verdi arriva al suo terzo appuntamento con un terzo solista: ancora giovane, ancora donna, di livello, però, superiore, anche se non superiore era la musica nella quale Kyoko Yonemoto si è esibita.

Nel programma tutto russo della serata, la prima parte infatti ha sofferto di scelte musicali non felicissime. S'intende che musicisti come Čajkovskij e Prokof’ev riservano sempre, o quasi, qualche perla: ma tanto la fantasia Amleto quanto il primo Concerto per violino non colgono ciascuno nel proprio segno. Amleto come dramma tardoromantico, il Concerto come virtuosismo astratto e antiromantico, sono entrambe opere le cui intenzioni sembrano prevalere sulla ispirazione musicale specifica dei due grandi russi. Čajkovskij, si sa, non fu un sinfonista impeccabile: lo salvava in genere un'invenzione tematica così avvolgente che si ha voglia di perdonargli tutto. Non qui, dove le idee stentano a decollare e l'impianto drammatico è poco coerente. Il direttore spagnolo Pedro Halffter Caro trova un’orchestra pronta a rispondere, ma mancano alquanto gli stimoli estetici: il suono è piuttosto nitido, ma è un’esecuzione da routine, senza slancio, senza sfumature, quali forse, appunto, il brano non sembra sollecitare. Prokof’ev voleva ottenere tutt'altro, affidando peraltro al violino un superlavoro fatto di un mare di note che tutto vogliono suggerire tranne che un qualche sentimento. L’autore è noto per essere interessantissimo sotto il profilo dell'invenzione ritmica nonché strumentale e coloristica. Ma qui non c’è molto: c’è, però, un fior di violinista quale è la Yonemoto, che con grande disinvoltura regge questa prova di forza senza fallire un semitono. Nell’amplissimo spettro di possibilità tecniche che Prokof’ev offre al solista, la violinista giapponese trova sempre la strada con autorevolezza davvero notevole. Che poi di questo mare di note rimanga ben poco non è colpa sua: tanto che il pubblico e l'orchestra stessa le riconoscono un giusto tributo alla fine della prova.

Tutt'altra storia con un grande capolavoro come i Quadri di un’esposizione, tra i più riusciti esempi di dialogo tra le arti che tanto attirò il romanticismo maturo. Non si tratta, in questo caso, solo della trasfigurazione sonora di una serie di dipinti, bensì di una trasposizione orchestrale di un tessuto sonoro già molto ricco nella struttura pianistica ma che, grazie a Ravel, bdiventa travolgente. Le accuse del "bianco e nero" della scrittura di Musorgskij erano un inganno, come ben sapevano i francesi. Anche Ravel fu suo ideale allievo, e omaggiò il maestro con un miracolo di fantasia coloristica. L'orchestra del Verdi, non concentratissima la sera di sabato, ha risposto comunque dignitosamente, pur con qualche sbavatura qua e là. Pedro Halffter Caro ha cercato di rappresentare una visita frettolosa all’esposizione, stringendo molto i tempi più lenti e legando i brani quasi fossero tutti variazioni su un unico tema. Sonori applausi alla fine da un pubblico molto numeroso, attirato al Verdi senz'altro da Musorgskij e a Trieste senz'altro dall’imminente Barcolana.

La recensione si riferisce al concerto del 1° ottobre.

Lorenzo De Vecchi