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Trieste - Teatro Verdi: secondo concerto della stagione sinfonica.

OperaClick, 25 settembre 2016

 

Una novità al Verdi di Trieste per il secondo concerto della stagione sinfonica. Valentina Peleggi ha un curriculum che parla ancora più di masterclass che di serate da protagonista, e anche la giovane pianista Chloe Mun, classe 1995, per quanto sia stata già accompagnata da alcune blasonate orchestre, è all’inizio di una strada che sembra poter essere lunga.

La Peleggi ha dato inizio alla serata con l’Ouverture del Coriolano, nella quale Beethoven sembrò voler condensare l’eccezionale impeto ritmico della sua ispirazione. Il gesto della direttrice non sembra dei più decisi, anche se l’orchestra risponde piuttosto bene: non tanto, però, negli aspetti più appariscenti del brano, quanto nel bel fraseggio di violoncelli e legni nei frequenti contrappunti con i violini. Un’esecuzione interessante e che già dimostra un certo feeling tra orchestra e direttrice.

Poco da dire sull’orchestra, rispetto a quanto detto sull’Ouverture, per quanto riguarda il secondo Concerto per pianoforte di Chopin. Educatamente la direttrice accompagna la coreana Chloe Mun, tenendo ancora tempi piuttosto morbidi e senza forzare, cercando semmai di far risaltare il dialogo tra le parti. Del resto, in questo concerto non è nemmeno il caso di calcare la mano. Ibrido tra un sinfonismo di maniera vagamente teutonico e il lirismo nuovo del musicista polacco, il concerto non trova mai un vero equilibrio, troppo teutonico per essere un vero Chopin o troppo lirico (e troppo “pianistico”) per essere un vero concerto romantico. Chi può giovarsi di un'opera simile, naturalmente, è il solista, e Chopin lo sapeva bene. Il virtuosismo c'è ed è a tratti spinto, e il protagonismo del pianoforte, più che nel tipo di scrittura, qui sta nella bellezza strettamente musicale della parte rispetto a quella dell'orchestra. In tutti i tre movimenti è dal pianoforte che riconosciamo l'autore, il suo slancio lirico, la sua eccezionale originalità timbrica, e per rendere la meraviglia ci vuole un solista che mastichi bene il nostro genio polacco. Chloe Mun è già una virtuosa, la sicurezza nel trattare lo strumento è esemplare, ma le sue capacità vanno oltre. Nonostante la giovanissima età la Mun regge il concerto con autorità e con una ricca quantità di colori. A giudicare da questo concerto, si direbbe che il lirismo disteso del secondo movimento le si addica particolarmente, ma anche nei tempi stretti dell’Allegro vivace l'esecuzione è assai pregevole. Senz'altro la protagonista della prima parte della serata, da risentire magari in un'opera diversa e, ancora meglio, in un concerto da camera (magari alla Società dei concerti?).

Ma la vera sorpresa arriva con l’Italiana di Mendelssohn. Sinfonia piena di genialità e di brio, ma anche di sapienza tecnica, non sembrava (almeno a chi scrive) una sfida che la giovane direttrice italiana potesse affrontare in modo convincente. Ma basta il meraviglioso attacco dell’Allegro vivace per capire che le prove si sono concentrate qui, o qui, almeno, hanno raggiunto pienamente lo scopo. Tempi così stretti, nel primo e nel quarto movimento, non li avevo mai sentiti nemmeno in registrazione. Non è per forza un pregio, è ovvio: anzi, se si vuole trovare una pecca nell’interpretazione, quel lato gioviale, sorridente del tema del primo tempo era un po’ soffocato da un vigore perfino eccessivo, anche nei volumi. Ma la risposta dell’orchestra del Verdi è tale che si restava piuttosto stupiti da un’incisività del suono e da una compattezza delle masse che assai raramente a Trieste si possono sentire. Il giudizio vale per tutti i quattro movimenti, nei quali l’interpretazione deve ancora maturare, certo, ma che la Peleggi ama e tecnicamente domina trovando peraltro un gesto di ben altra eloquenza rispetto all’inizio della serata. Il Saltarello finale è un turbine, l’orchestra non perde una nota e la serata si conclude davvero nel migliore dei modi, regalando alla città (e ai non pochi turisti austriaci) un nuovo personaggio della musica italiana. Strano che, sia alla fine sia dopo il concerto di Chopin, Furini, eccellente primo violino, si alzi prima che gli applausi finiscano: che fretta c’era? Il concerto, sabato, si poteva applaudire ancora di più.

La recensione si riferisce al concerto di sabato 24 settembre.

Lorenzo De Vecchi