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Serpina tra Paisiello e Respighi

Gli Amici della Musica, 28/10/2016

 

Ha debuttato con successo la rassegna «Opera in un atto» destinata ai giovani

servizio di Rossana Poletti

TRIESTE - Teatro Lirico Giuseppe Verdi. In attesa che si apra la Stagione lirica a novembre con il Rigoletto il Teatro Verdi di Trieste propone un nuovo filone di attività: l’Opera in un atto. Non che atti unici non se ne vedano comunque, magari due assieme e di diversi autori, come recentemente è stato con The Medium di Gian Carlo Menotti e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini nella stagione 2010-2011 del lirico triestino.

La differenza c’è però e sta nel fatto che questa nuova proposta si apre alle scuole, supplisce alla cronica carenza di formazione musicale che ha spesso caratterizzato le nostre aule, cerca di intercettare un nuovo pubblico per evitare un declino evidente del gusto di andare a teatro che colpisce le giovani generazioni. Per invertire la tendenza bisogna produrre con lo scopo di far ascoltare la musica, ma anche di raccontare il suo percorso storico, con studenti e insegnanti assieme. Un bellissimo proposito, che sembra essere colto da quest’ultimi se è vero che in questi anni sempre più frequentemente si vedono gruppi di giovani a teatro.
Un fenomeno destinato a cambiare regole che nella prosa già si modificarono parecchi decenni fa, “l’abito d’ordinanza” ad esempio, ma che impone anche l’idea di ripensare a come si propongono le opere proprio a questo particolare pubblico.

Se veniamo a La serva padrona di Giovanni Paisiello, che resterà in scena a Trieste fino a martedì 8 novembre 2016 e che apre un percorso dal barocco al contemporaneo, potrebbe essere difficile far comprendere ai giovani di oggi il perché quel lavoro sia stato considerato uno dei primi esempi di opera buffa, in considerazione del fatto che tre secoli dopo i concetti di comicità e divertimento sono profondamente diversi. Allora giustamente cantanti, musicisti, coro, tutti insieme collaborano in una inconsueta messa in scena divertente, che trae ispirazione dal ritrovamento ad un’asta pubblica londinese della versione riorchestrata da Ottorino Respighi nel 1919 per Sergej Djagilev, il quale ne voleva fare un balletto per Le Ballets Russes. Ritenuta scomparsa, acquistata, fu donata alla Beinecke Library di Yale, per essere proposta a Bologna nel 2014 da Andrea Corazza.
Si mettono insieme in questo riallestimento epoche diverse: il settecento di Serpina e il novecento dell’asta londinese e la musica subisce lo stesso trattamento con Paisiello rivisto e rimaneggiato da Respighi.
Sulla scena un giovane banditore mette all’asta il manoscritto di Respighi, in sala in tre se lo contendono, ma il prezzo di 50 mila sterline è veramente troppo alto e due dei possibili acquirenti abbandonano la gara. Si scopre così che i due sono Serpina e Uberto, protagonisti dell’opera, il banditore è Vespone, l’attore-mimo Giulio Cancelli che animerà gestualmente e con maestria la storia e il compratore è niente po’ po’ di meno che il direttore dell’orchestra, Carmine Pinto. La trama è banale, il padrone sposerà la serva che, per indurlo al gesto, lo tiranneggerà, passando di fatto da una condizione di subalternità a quella di dominio. Il finale lascia intendere che il matrimonio non sia un lieto fine, o per lo meno che i due siano ben consci del come sono arrivati a quel punto e del futuro che li attende. D'altronde il Paisiello scrisse l’opera nel 1781, siamo ai tempi del Goldoni, che nelle sue commedie ha un occhio di riguardo verso le donne, ha una visione moderna del loro ruolo ed è evidente che questo pensiero sia stato più diffuso di quanto possa emergere. Dalla Medea di Euripide alla Hedda Gabler di Henrik Ibsen ci sono stati ovviamente lunghi e complicati percorsi intellettuali. Nell’opera lirica, e più particolarmente in quella ottocentesca, Violetta, Tosca, ma anche Norina, Musetta, Butterfly, le protagoniste femminili finiscono per soccombere, massacrate in nome di uno spirito romantico in cui si celebrano gli estremi sentimenti sconfitti da un perbenismo in conflitto con il bisogno di riscatto, anche morale. Nell’opera buffa così come nel melodramma settecentesco la donna non soccombe, anzi esce spesso vittoriosa. E così è per la nostra Serpina, interpretata dal giovane soprano Elisa Verzier, giovane diplomata al Conservatorio Tartini della città giuliana, il cui debutto recente è stato in un concerto sinfonico nel medesimo teatro, ma che in questa prima esperienza operistica dimostra di aggiungere alle doti canore ottime capacità interpretative. Uberto è il baritono Nicolò Ceriani, raffinato e colto interprete del ruolo che gli calza a pennello.

L’orchestra del Verdi esegue sotto l’ottima direzione del maestro Carmine Pinto, si concede le interruzioni orchestrate dalla movimentata regia di Oscar Cecchi, gioca e sta allo scherzo con “garbo ed ironia”. Il Coro si diverte, ammicca e piace, diretto dal nuovo maestro Francesca Tosi. Un pubblico giovanissimo applaude festoso, lasciando sperare che ancora per un po’ il declino dei teatri lirici italiani sia lontano dall’orizzonte.