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“La serva padrona” di Paisiello/Respighi al Verdi di Trieste. Riscoperta nel 2014, è proposta in un interessante allestimento.

Corriere dello Spettacolo, 31/10/2016

 

Teatro Verdi di Trieste. 26 ottobre – 8 novembre 2016
Un girotondo che attraversa i secoli: La serva padrona di Giovanni Paisiello fu creata nel 1781 come intermezzo da eseguirsi alla corte di Caterina II di Russia con un libretto che era stato già usato da Giovan Battista Pergolesi per comporre nel 1733 l’omonimo spettacolo; ricevette poi, nei primi anni del Novecento, nuova attenzione da parte dell’impresario russo Sergej Djagilev intenzionato ad inserirla nel repertorio dei suoi Ballets Russes e venne così orchestrata da Ottorino Respighi nel 1920. Quest’ultima versione, fu data per dispersa per decenni, riapparve fuggevolmente ad un’asta di Sotheby’s nel 1984 per scomparire nuovamente ma, donata dall’acquirente, il collezionista americano Frederick R. Koch alla Beinecke Library presso la Yale University, riemerse finalmente nel 2014 grazie al lavoro di ricerca del direttore d’orchestra e musicologo Elia Andrea Corazza e data in prima assoluta nello stesso anno.

Il Teatro Verdi di Trieste ne ha realizzato un nuovo allestimento che presenta una particolare attenzione verso un pubblico teatralmente più giovane, favorisca un approccio all’opera agevole, sia d’interesse per lo spettatore abituato a frequentare il teatro d’opera, che può trovare trova in essa una curiosità, come per chi non abbia ancora questa consuetudine. Si inaugura così l’ulteriore “stagione” dell’Opera in un atto, da seguire parallelamente a quella dedicata alla lirica tradizionale.

Il regista Oscar Cecchi ha inserito in modo intelligente e brillante le vicende della partitura di Paisiello/Respighi come prologo all’operina e si è avvalso di numerosi cambi di costume in scena per rendere evidente questo passaggio di testimone, sia del soggetto, che della musica, andando a ritroso dai tempi nostri al Settecento.

L’Orchestra è qui nella sua forma da camera (archi e legni cui Respighi aggiunse Flauto e Fagotto soli) ed è stata posta sul piano di platea per partecipare attivamente allo svolgimento della trama, interagendo con il cast: il soprano Elisa Verzier (Serpina), il baritono Nicolò Ceriani (Uberto) ed il mimo/attore Giulio Cancelli (Vespone, nonché il protagonista del prologo) interpretano con convinzione i rispettivi ruoli passando con disinvoltura attraverso i diversi registri di un’opera buffa che in alcuni momenti propone, facendone il verso, arie più sentimentali o azioni che vorrebbero essere eroiche, ma che si riducono a farsa.

Ad essi, come anche ai cantanti del Coro della Fondazione, che interviene entrando dal foyer, viene dato ampio spazio di movimento non soltanto sul palcoscenico, ma anche in sala, rendendo così l’azione ancor più fresca e leggera.

Le peripezie subite dal manoscritto, che dimostrano quanto sia facile perder traccia e memoria di una composizione, specialmente se mai rappresentata, si collegano all’interruzione repentina del sodalizio fra Djagilev e Respighi, causa della mancata esecuzione. Al momento si possano fare soltanto delle ipotesi, ma alcuni dati sono certi: i due artisti si erano conosciuti all’inizio del Novecento in Russia, assunti entrambi presso il Teatro Mariinskij a San Pietroburgo; si rincontrarono una quindicina d’anni dopo e l’intermezzo di Paisiello fu la terza opera, da recuperare e riorchestrare, sulla quale decisero di lavorare assieme, fonte di grande interesse comune. Prima di essa avevano realizzato con successo la messinscena della Boutique fantasque (da Rossini nel 1919) e Le astuzie femminili (da Cimarosa nel 1920); in base alla documentazione analizzata da Corazza appare una volontà molto forte da parte dell’impresario di forzare la mano sul compositore, imponendogli di modificare in modo drastico la forma ideata da Paisiello, cosa che Respighi si era, come in precedenza, astenuto di fare, costantemente intenzionato a rispettare, rendendo più fruibile per i suoi contemporanei quanto creato dai predecessori, nella realizzazione di “un’opera di alta probità artistica, tanto perché l’opera d’arte possa rivivere con i mutati gusti”.

Paola Pini