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Inaugurata la Stagione sinfonica del Teatro Verdi di Trieste

Circuito Musica, 20 settembre 2016

di Dejan Bozovic

La Quinta di Mahler incorona la serata.

Un preludio dilettevole, ma troppo breve per incidere significativamente sulla lunga serata, apre il concerto inaugurale della Stagione sinfonica del Teatro Verdi. Il Lied da Ein Sommernachtstraum di Mendelssohn offre la possibilità al coro femminile, preparato da Fulvio Fogliazza, e ai soprani Lucrezia Drei e Elisa Verzier di sfoggiare un canto soave e delicato, preparando il terreno per il famoso Concerto in mi minore per violino e orchestra dello stesso compositore. Il maestro Gianluigi Gelmetti rimane fedele alla sua maniera del gesto minimo che rispetta il piano evidente della scrittura, senza addentrarsi nel testo sottinteso, racchiuso tra le righe, lasciando ad un presumibile ascoltatore attivo l’impegno di scoprire i significati intrinseci o reconditi dei brani. Questa pacatezza, chiamiamola così, si riflette pienamente nella costruzione del fraseggio, nella ricchezza dinamica e timbrica, nell’inventiva riguardante l’agogica. L’orchestra lo segue diligentemente, fiduciosa, avendo sul podio senz’altro una figura ferma e precisa. La violinista Leticia Moreno, nonostante una certa fama legata al suo nome, appare oltremodo timida, genuinamente presa dalla partitura, sì, ma come se invece di esternare il proprio sentimento e abbandono passionale cercasse di trattenerli per se, non comunicandoli al pubblico a cui offre la prevalentemente introversa, seppure dolce voce di uno strumento usato con pregevole tecnica. Più toccante è il bis scelto dalla Moreno, un canto spagnolo di De Falla per violino e arpa (Marina Pecchiar), pure esso eseguito come fosse l’eco di una sinuosa, accattivante melodia, non la melodia stessa.
E’ la puntualissima tromba di Marco Bellini ad annunciare l’inizio del pezzo più atteso nonché il più riuscito dell’evento, la Quinta Sinfonia di Mahler. La prestazione orchestrale acquista ulteriormente in sicurezza e sensibilità, la concentrazione si fa irremovibile, tutti i suggerimenti del mastro vengono attuati. Un impasto sonoro di maggiore densità e omogeneità avrebbe accresciuto il valore di questa ben riuscita interpretazione, in cui anche gli ottoni sfiorano l’impeccabilità (si perdona facilmente qualche titubanza) mentre una classe inequivocabile distingue tutti gli assolo, tra cui doverosamente spicca il corno di Nilo Caracristi. La lettura di Gelmetti non mira a scavare nella dimensione metafisica e dolente della magnifica architettura, però riesce a reggerla nella sua metamorfica compattezza con solidità e dignità lungamente applaudite.