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Il Quarto Concerto della Stagione Sinfonica a Trieste è diretto da Günter Neuhold; in programma Prokof’ev e Busoni

Corriere dello Spettacolo, 10/10/2016

 

Michele Campanella interpreta in modo eccelso il raro Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile op.39 di Ferruccio Busoni
Trieste, Teatro Lirico Giuseppe Verdi – Stagione Sinfonica 2016, 7 e 8 ottobre 2016

Il balletto Romeo e Giulietta op. 64 di Sergej Sergeevič Prokof’ev era stato completato nel 1936, ma dovette attendere due anni per essere messo in scena: la prima assoluta, assente l’autore, fu realizzata infatti nel 1938 a Brno in Cecoslovacchia e si dovette aspettare il 1940 per il primo allestimento in patria, a Leningrado. Fu così che il compositore decise di trarre dall’opera, in tempi diversi, tre suite per orchestra ed una per pianoforte perché venissero eseguite in modo autonomo. Ciò avvenne in particolare per la Suite n.1, presentata a Mosca già nel 1936, e la n. 2 a Leningrado l’anno dopo. Per il Quarto Concerto della Stagione Sinfonica al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste sono stati proposti sette episodi scelti tra i quattordici di queste due opere nei quali l’Orchestra della Fondazione Lirica, diretta in modo misurato, puntuale e quasi essenziale dal M° Günter Neuhold, ha dato al pubblico la possibilità di apprezzare la forza evocativa di una musica costruita sì per un balletto, ma assolutamente adatta ad essere ascoltata da sola o ad essere scelta per costituire le musiche di scena in un allestimento della tragedia originale di Shakespeare: freschezza, sogno struggente, elementi fiabeschi grottescamente marziali, la predominanza a volte del ritmo, a volte di un dolcissimo lirismo senza trascurare l’elemento drammatico e tragico nella conclusione della vicenda; tutto questo permette di cogliere non solo l’abbozzo delle caratteristiche che contraddistinguono i diversi personaggi, ma soprattutto le atmosfere emotive e dell’ambiente in cui si svolge la vicenda.

Tutt’altro clima si respira con il Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile op. 39 di Ferruccio Busoni, mai eseguita al Teatro Verdi, presentata quest’anno in omaggio ai 150 anni dalla nascita del compositore legato alla città avendovi vissuto alcuni anni della propria infanzia con la madre, Anna Weiss, pianista triestina di origini bavaresi. Sulla partitura, il titolo completo dato dall’autore è: Concerto per un pianoforte principale e diversi strumenti ad arco, a fiato e a percussione-aggiuntovi un coro finale a voci d’uomini a sei parti-le parole alemanne del poeta Oehlenschläger, danese, la musica di Ferruccio Busoni da Empoli. Anno MCMIV, opera XXXIX quasi a testimoniare, con il bisogno di descriverlo in modo esteso, la difficoltà nel definirlo, ma anche la necessità di far emergere fin dall’inizio la sua natura di composizione a cavallo fra i due mondi, quello mediterraneo e quello nordico, che ne costituiscono l’essenza. Fedele d’Amico ricorda che il musicista e musicologo Paul Bekker attribuì “un’indole confinaria”, una Grenznatur a Busoni, posto tra due epoche, due lingue e culture familiari che portano alla necessità di far convivere entrambe per non escluderne nessuna. Se a ciò si aggiunge il suo essere, oltre che importante compositore, anche un grandissimo virtuoso del pianoforte ed il fatto che per la sua visione estetica interpretazione, composizione, teorizzazione e trascrizione fossero elementi indissolubilmente legati fra loro, tutto questo può aiutare a comprendere un’opera come questa, grandiosa e di non facile ascolto. In essa convivono infatti elementi mediterranei, presenti in particolare nel secondo, nel terzo e nel quarto movimento, con suggestioni provenienti da latitudini completamente diverse nel primo, ma soprattutto nel quinto in cui, anche grazie alla presenza del coro maschile, ci si stacca dalla parte precedente per ritrovarsi in altri luoghi, quasi invitati ad entrare in una nordica cattedrale gotica.

La parte del solista, eseguita da Busoni stesso alla prima assoluta avvenuta a Berlino nel 1904, richiede doti eccelse all’interprete, doti assolutamente presenti in Michele Campanella che ha offerto al pubblico un ascolto raro e sorprendente. Il pianoforte è qui parte dell’orchestra a tutti gli effetti: non vi si contrappone, ma si integra ad essa, trasformando completamente le modalità e la struttura generale, costituita qui da una costruzione architettonica essenziale e molto solida nelle sue basi.

Il suo rifiuto di ogni sentimentalismo, presente in modo prepotente anche nella sua attività di pianista nella quale appariva come “gelo incandescente”, non esclude una visone mistica profonda che emerge in particolare nel Cantico finale (i cui versi sono tratti dall’opera Aladdin di Gottlob Oehlenschläger), con il coro “da lasciare internamente e nascosto”.

Per più di un’ora ci si è ritrovati completamente immersi nel suono. Uscire da teatro è stata un’esperienza curiosa: l’imponente saturazione appena lasciata non ha permesso alle onnipresenti musiche che uscivano dai locali di trovare spazio, annullandosi pur senza scomparire.

Paola Pini