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Trieste - Teatro Verdi: quarto concerto della stagione sinfonica.

OperaClick, 09/10/2016

 

All'apparenza rigoroso e impassibile, e tuttavia vero napoletano, Michele Campanella chiude la serata di venerdì al Verdi di Trieste con un eloquente gesto rivolto al pubblico: i dorsi delle mani all'altezza del torace che vanno su e giù, come a dire: “che fatica!”. Certo, era questo l'intento espressivo di Campanella: ma non pochi avranno interpretato quel gesto nell'altro senso possibile: “che pizza!”. Per il pianista napoletano si trattava di affrontare il Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile di Ferruccio Busoni, un mastodontico brano fuori dal repertorio (tanto che perfino un solista della sua esperienza aveva bisogno dello spartito) il quale, peraltro, non mette in luce un virtuosismo davvero saporito, bensì una resistenza psicofisica e, certo, una tecnica sicurissime. Una faticata che Campanella ha portato a termine in modo esemplare, giacché risultava, dalla sua esecuzione senza sbavature, la granitica consistenza della parte pianistica in un concerto densamente orchestrato, nel quale solista e masse dovrebbero idealmente compenetrarsi. Günter Neuhold, vecchia conoscenza triestina soprattutto nel repertorio tedesco, ha diretto discretamente il concerto, cercando di realizzare quell’equilibrio che Busoni voleva. Non che l'orchestra, e soprattutto il coro preparato da Fulvio Fogliazza, abbiano risposto particolarmente bene: ma già arrivare in fondo è stato un bel traguardo, e il pubblico ha riconosciuto e premiato l'alta qualità della prestazione di Campanella.

Il pubblico, appunto: anche lui, come il solista, poteva ben dire che il suo, alla fine della serata, l'aveva fatto. Busoni fu un musicista osannato dai contemporanei: eccezionale pianista, autorevolissimo teorico e anche prestigioso compositore, egli cerco, com'è noto, di incarnare spirito italiano e tedesco insieme. Il suo rigore, la sua dottrina e la scarsa vena melodica ne fecero piuttosto un campione di un certo germanesimo musicale, si dice. Già, ma quale? Le note di sala ricordano giustamente l'evidente omaggio brahmsiano all'inizio del concerto. Che la linea Schumann-Brahms sia un riferimento per Busoni in questo lavoro è chiaro soprattutto nel primo tempo. Ma si dirà che rigore formale e dottrina musicale, nel caso di Brahms smisurata, bastino a fare di Busoni un erede di quella tradizione? Il genio inventivo di Brahms stava appunto nel fondare il suo “germanesimo” su una vena tematica e melodica da fuoriclasse, senza la quale la grandiosa impalcatura sinfonica dei suoi due concerti per pianoforte sarebbe stata soprattutto materia per eruditi, non per le lacrime del pubblico. Nell’opera di Busoni, per oltre un'ora si resta stupiti dal fatto che il concerto vorrebbe comunicare, vorrebbe “essere” qualcosa, ma è difficile capire cosa. Le infinite scale e i possenti accordi ai quali il solista dedica tutte le sue forze restano un tappeto grigio, senza alcun ornamento, e il filo del discorso (leggi: le forme musicali delle quali l'autore era espertissimo) restano scatole vuote.

Ben altre invenzioni erano scaturite dalla prima parte della serata grazie al brio delle musiche per il Romeo e Giulietta di Prokof’ev: i problemi, tuttavia, c’erano anche qui. Poco chiara la scelta di Neuhold di mescolare prima e seconda Suite: ma poco, troppo poco precisa era l'esecuzione, che aveva l'aria di non essere stata provata a sufficienza. Archi decisamente sbiaditi rispetto alle recenti prestazioni, scarsa compattezza dell’insieme e poca incisività ritmica, difetto particolarmente grave se si esegue Prokof’ev. Forse è andata meglio con Maschere, ma la successiva Morte di Tebaldo, opportunamente rallentata da Neuhold per evitare il caos orchestrale, tuttavia non ha raggiunto l'effetto voluto, cioè un vortice sonoro che sta ben al di qua del caos. Insomma, non la migliore delle serate sotto ogni punto di vista: resta il ricordo di una grande prova solistica in un brano che, in fondo, forse è giusto sentire una volta dal vivo.

La recensione si riferisce alla serata del 7 ottobre.

Lorenzo De Vecchi