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Trieste - Teatro Verdi: primo concerto della stagione sinfonica.

OperaClick, 18 settembre 2016

Palchi poco popolati ma platea piena per la replica di sabato del concerto di apertura della stagione. Gianluigi Gelmetti si è preso da qualche anno la responsabilità di dare un indirizzo all’orchestra triestina, e anche questa volta è sua la prima serata, fatta di leggero antipasto, gustoso primo e sostanzioso secondo.
Si comincia, infatti, con il prezioso Lied dal Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn: giusto per mettere in moto il coro femminile, preparato da Fulvio Fogliazza, per qualche minuto e per dare una vetrina ai due soprani, la brava Lucrezia Drei e la giovanissima triestina Elisa Verzier.
Altro impegno richiedeva il Concerto per violino dello stesso autore, che ha visto impegnata la spagnola Leticia Moreno nella parte solista. Gelmetti le accomoda tempi piuttosto placidi e un'orchestra delicata e pastosa, da tradizione germanica, senza strafare: la giovane violinista si adegua, suonando con una certa passione e una buona tecnica, ma, si direbbe, senza delle spalle abbastanza larghe per guidare l'attenzione del pubblico. Rostropovich come mentore, molti concorsi vinti e molti direttori di prestigio accortisi di lei ancora giovanissima, la Moreno potrebbe non aver avuto il tempo di trovare l'alchimia con direttore e orchestra: tutto fila liscio, la tecnica è perfetta, come ci si aspetta da una giovane e bella violinista sulla cresta dell'onda, ma la voce del suo strumento, se non in alcuni tratti del secondo tempo, ha stentato a imporsi. Pubblico più commosso da una melodia per arpa e violino di De Falla proposta come bis: l'idea pura della Spagna, che la Moreno esalta con altro spirito. Da risentire, magari in un repertorio diverso.

La stessa orchestra sembra rispondere meglio dopo l'intervallo, proponendo la Quinta di Mahler a chiudere uno dei concerti più lunghi sentiti al Verdi da parecchi anni a questa parte. Gelmetti, da buon direttore d'opera romantica italiana, anche in Mahler mantiene i piedi per terra: più musica che filosofia nella sua Quinta, che, come nel Concerto di Mendelssohn, si segnala per una certa cautela nei tempi e nelle dinamiche. A tutto vantaggio della cura tecnica, grazie alla quale, nell'ora abbondante della assai impegnativa opera di Mahler, l'orchestra non scrocca una nota. E per gli ottoni soprattutto, non è poco. La decisione e l'autorità di Gelmetti trovano un buon campo da gioco nel primo movimento, arduo, certo, ma scorrevole sotto il profilo narrativo se tenuto a bada, appunto, da una bacchetta che sa raccontare. Lo Stürmisch bewegt e il successivo Scherzo, che Mahler concepì originariamente come brano a sé e che poi fu il nucleo della sinfonia, pretendevano, per i mahleriani “puri”, forse un tono meditativo più intenso. L'orchestra tuttavia si mantiene concentrata ed efficace, e Gelmetti trova un fraseggio molto elegante nelle citazioni più melodiche che il camaleontico Mahler propone specialmente in questi due movimenti. Ma è, come previsto, nell’Adagetto che l'esecuzione della sinfonia ha il suo culmine. Forse anche perché l'opera stessa sembra trovare qui una davvero incantata parentesi di purezza di ispirazione che si colloca a una giusta distanza tra gli estremi oggettivo e soggettivo, distaccato e patetico così pervasivi nella Quinta. Gli archi, sapendo che la platea probabilmente si è riempita perché sarebbero arrivati questi dieci minuti, danno il loro meglio, e Gelmetti li guida con polso morbido ma, come sempre, senza indulgere a un manierato decadentismo. Né la drammaturgia mahleriana spinge il direttore a calcare sul lato trionfalistico del Rondò finale: la cavalcata è sotto controllo, nessun disordine, e il provato pubblico dopo due ore e mezza può applaudire con stima e andarsene a cena.

Lorenzo De Vecchi