Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la nostra Informativa estesa cookie

OK Informativa estesa cookie

Recensione delirante di una serata fantastica al Teatro Verdi di Trieste.

Il Piccolo - La classica nota di Paolo Bullo, 01/10/2016

 

La stagione sinfonica del Teatro Verdi prevedeva, per il terzo appuntamento, un affascinante viaggio in compagnia di tre grandi compositori russi, itinerario che copriva metaforicamente un arco temporale di quasi cinquant’anni indagando sensibilità musicali profondamente diverse tra loro.
Seguendo il fil rouge dell’anniversario shakespeariano, la serata si è aperta con l’Ouverture - fantasia da Amleto op. 67a di Čajkovskij, che vide la prima esecuzione nel 1888, dedicata a Edvard Grieg.
Si tratta di una pagina musicale sofferta e peculiare, in cui la figura tragica del Principe di Danimarca compare a tratti, in un tono lugubre e funereo appena screziato da qualche squarcio melodico più sereno affidato ai legni.

Pedro Halffter Caro ne ha data una lettura veramente drammatica e intensa, serrata nelle agogiche e al contempo sfumata nelle dinamiche, in cui gli archi gravi si sono distinti in modo particolare creando un’atmosfera di trepidante inquietudine. Impossibile non segnalare almeno la grande prova di Paola Salima Fundarò, primo oboe dell’ottima Orchestra del Verdi.
A seguire il Primo Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 19 di Sergej Prokof’ev, compositore poliedrico e di straordinaria inventiva qui colto in un’opera giovanile di grande fascino e, almeno a mio parere, piuttosto sottovalutata.

Il brano si caratterizza per una struttura singolare in cui, contrariamente alla tradizione più praticata, è il secondo movimento (Scherzo) a essere più virtuosistico e vivace, mentre una linea melodica piuttosto intensa e lineare sembra pervadere l’Andantino iniziale e l’Allegro moderato che chiude il brano.
Ben assecondata dall’Orchestra del Verdi, la solista Kyoko Yonemoto – che vinse nel 1997, giovanissima, il Premio Paganini – è stata protagonista di una prova artistica spaziale.

La violinista è stata sempre espressiva, diabolicamente agile nei virtuosismi, capace di un suono rotondo, pieno e bellissimo negli squarci melodici e soprattutto in continuo dialogo col direttore e con l’orchestra. Una complicità innervata da sguardi intensi, sorrisi appena accennati e piccoli gesti.
Il pubblico triestino le ha riservato ovazioni trionfali alle quali mi unisco metaforicamente da queste pagine.
Dopo l’intervallo è venuto il momento di una pagina musicale famosissima che – mi sia consentito il ricordo personale – io conobbi adolescente nei primissimi anni settanta del secolo scorso, nell’arrangiamento in stile progressive - rock della famosa band inglese Emerson Lake & Palmer.
Sto parlando ovviamente di Quadri da un’esposizione di Modest Musorgskij, brano scritto originariamente (nel 1874) per pianoforte e ispirato da alcuni ritratti del pittore Viktor Aleksandrovič Hartmann, al quale il compositore era legato per affinità ideali e politiche.
Nel 1922 Maurice Ravel ne scrisse una straordinaria trasposizione per orchestra molto fedele all’originale, che è appunto quella che abbiamo ascoltato ieri al Verdi. In modo estremamente sintetico si tratta di un mix di musica descrittiva ed evocativa, un percorso – anche abbastanza accidentato dal punto di vista musicale – tra stili diversi e spesso contrastanti in qualche modo legati da una Promenade che si ripresenta mascherata quattro volte, a significare gli spostamenti da una sala all’altra nella galleria di quadri.

Sono rimasto davvero sbalordito dalla lettura di Pedro Halffter Caro, il quale, con gesto chiaro ed elegante, ha condotto per mano l’Orchestra del Verdi a una prestazione fantastica in tutte le sezioni, che è proprio il caso di definire da incorniciare.
Inutile – a mio parere – stare ad analizzare i singoli momenti dell’esecuzione spulciando tra gnomi, streghe e vecchi castelli, quando come in questo caso orchestra e direttore non si limitano ad assemblare note, ma fanno rivivere attraverso la musica un compositore che ha avuto una vita breve e sofferta: ieri Modest Petrovič Musorgskij era vivo e, maledizione, lottava con noi.
All’applauso liberatorio dopo l’orgiastico Maestoso della Grande porta di Kiev, che chiude questa pagina delirante, sono seguite interminabili e meritatissime ovazioni per il direttore Pedro Halffter e per la nostra formidabile orchestra.
È un concerto da cui si esce ringiovaniti, perciò non perdete la replica di questo pomeriggio alle 18.