Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la nostra Informativa estesa cookie

OK Informativa estesa cookie

Luci e ombre nel quarto concerto della stagione sinfonica a Trieste.

Il Piccolo - La classica nota di Paolo Bullo, 08/10/2016

 

Nel clima febbrile, fitto di appuntamenti e affatto peculiare che si respira a Trieste nel weekend che precede “La Barcolana” (e relativi, formidabili, problemi di parcheggio), il quarto concerto della stagione sinfonica al Teatro Verdi avrebbe potuto passare quasi inosservato. Invece, anche grazie alla buona promozione fatta attraverso i social network, la sala si presentava affollata di spettatori ed è un buon segno per un’istituzione culturale che cerca un rilancio efficace nel tessuto sociale cittadino.

Lavoro dalla genesi travagliata a dire poco, Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev – consueto omaggio al Bardo - nasce come musica per balletto. In seguito a vicissitudini personali e politiche, oltre che organizzative, il compositore ne ricavò tre suite orchestrali e una trascrizione per pianoforte. La versione musicale proposta al Verdi era un mix tra la Suite n.1 e la Suite n.2.
Il brano si caratterizza per l’ampio respiro melodico di alcuni momenti, quasi in opposizione con scarti ritmici anche violenti e inaspettati.
Günter Neuhold, al ritorno a Trieste dopo il Lohengrin di una decina di anni fa, ne ha data una lettura tutt’altro che convincente, piatta nelle dinamiche e slentata, soporifera nelle agogiche. Anche l’Orchestra del Verdi non è stata impeccabile, palesando qua e là un’intonazione precaria. Un’occasione sprecata, quindi, perché questo Prokof’ev non sarà ispiratissimo ma avrebbe meritato un’esecuzione più attenta.

Dopo l’intervallo è arrivato il momento di un grande interprete dei nostri giorni, il pianista (e artista a tutto tondo) Michele Campanella, alle prese con un brano di rara esecuzione come il Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile op. 39 di Ferruccio Busoni.
Lo stesso autore nel 1912 ne scrisse un’Autorecensione in cui descriveva così il proprio lavoro:

«…è un’opera che tenta di riassumere i risultati del periodo della mia prima maturità e che rappresenta la sua conclusione. Come ogni opera che sorge in quest’epoca dello sviluppo, è matura per esperienza personale e si basa sulla tradizione. Non indica certo il futuro, ma rappresenta il momento della sua nascita. Le proporzioni e i contrasti sono distribuiti con cura e, per il fatto che il piano era stabilito definitivamente prima che ne incominciassi l’esecuzione, non v’è nulla in essa dovuto al caso»

In questa pagina musicale complessa, articolata e per certi versi contraddittoria, si percepiscono evidenti influenze lisztiane e brahmsiane che però non scalfiscono l’originalità creativa di Busoni ma anzi ne rafforzano la singolare inventiva che si manifesta anche nella rielaborazione di canzoni popolari. Certo, non si può negare che ci sia qualche esteriorità effettistica di troppo, quasi una voluta ridondanza soprattutto nel lungo terzo movimento e nel finale, ma si sa che Busoni fu artista estroso e controverso nell’ispirazione. Dal punto di vista prettamente tecnico si tratta di una vera e propria sfida che può essere accettata (e vinta) esclusivamente da solisti di livello eccelso.

È questo il caso di Michele Campanella, detentore di un magistero tecnico stupefacente e allo stesso tempo capace di andare oltre al mero tecnicismo.
Il Concerto si sviluppa in cinque movimenti: nel secondo (Pezzo giocoso) e nel quarto (Tarantella) le telluriche difficoltà esecutive sembrano – a un profano come me – addirittura insormontabili, mentre nei movimenti dispari una certa solenne cantabilità sembra attenuare (ovviamente è solo una sensazione) la necessità di virtuosismo.
Michele Campanella, ammirevole per classe e aplomb, attraversa tutta la partitura con leggerezza e dinamismo, con una serenità di tocco che non può essere che specchio di pace interiore.
Nell’ambito di una prestazione che non esito a definire straordinaria, ho trovato particolarmente incisiva l’esecuzione del terzo movimento (Pezzo serioso), ricco di cromatismi cangianti che ingentiliscono un’atmosfera tesa e drammatica; ottima anche l’adrenalinica Tarantella citata sopra.
L’Orchestra del Verdi è sembrata più concentrata e si è riscattata in questa seconda parte della serata e pure lo stesso Neuhold m’è parso più determinato. Forse le prove sono state dedicate più all’imponente concerto di Busoni che alla suite iniziale.
Nel Cantico finale ha fatto il suo esordio stagionale – seminascosto da un velario scuro, come da indicazioni dell’autore - il Coro maschile, preparato bene da Fulvio Fogliazza.
Alla fine il trionfo per Michele Campanella, ripetutamente chiamato al proscenio, ha fatto scordare anche qualche perplessità sulla direzione d’orchestra.
Si replica questo pomeriggio alle 18.