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A Trieste Pedro Halffter Caro dirige il Terzo Concerto della Stagione Sinfonica entusiasmando il pubblico. Grande interpretazione della violinista Kyoko Yonemoto

Corriere dello Spettacolo, 04/10/2016

 

Trieste, Teatro Lirico Giuseppe Verdi – Stagione Sinfonica 2016, Terzo Concerto, 30 settembre – 1° ottobre 2016

Quando, a competenza e conoscenza di gran livello, si uniscono senso della misura ed una rara umanità, l’autorevolezza del Direttore viene riconosciuta naturalmente dall’orchestra ed il pubblico percepisce di trovarsi di fronte ad un’esecuzione resa agevole, pur nell’evidenza della sua complessità. Tutto ciò è emerso chiaramente dal Terzo Concerto della Stagione Sinfonica 2016 di Trieste, diretto dal M° Pedro Halffter Caro ed ha trovato conferma nella risposta entusiastica del pubblico.

Il programma, essenzialmente russo, ha proposto le opere di tre grandi compositori vissuti tra Otto e Novecento, anzi quattro: il cosmopolita Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 -1893), l’eclettico Sergej Sergeevič Prokof’ev (1891-1953), che tanto visse ed operò all’estero, conservando un’enorme nostalgia per la sua terra e Modest Petrovič Musorgskij (1839-1881), forse colui che maggiormente cercò di dare un’impronta nazionale alle proprie creazioni; appartenne al Gruppo dei Cinque, i cui componenti ispirarono Prokof’ev e si tennero a distanza da Čajkovskij; assieme a loro, Maurice Ravel (1875-1937), mirabile maestro di un’orchestrazione rispettosa in modo attento dell’opera originaria.

Il concerto si è aperto con l’Ouverture-fantasia da Amleto che Čajkovskij dedicò nel 1888 al compositore Edvard Grieg, conosciuto in un viaggio effettuato in quello stesso anno e i cui diversi momenti risultano giustapposti più che legati fra loro. Contemporanea alla sua Quinta Sinfonia, ne precedette la prima esecuzione di una settimana soltanto e venne composta successivamente ad altre opere ispiratesi a Shakespeare: l’Ouverture-fantasia da Romeo e Giulietta e la Fantasia da La Tempesta. Haffter Caro ha diretto il brano in modo deciso e risoluto, facendo emergere con chiarezza le voci dei tre temi che si presentano e si susseguono, quello del Castello di Elsinore, quello dell’Amore e quello di Ofelia.

Nel Primo Concerto in re maggiore per violino e orchestra op.19 di Prokof’ev, il Direttore ha lasciato a Kyoko Yonemoto, giovane solista giapponese, tutto lo spazio che necessario, mettendosi da parte e dedicandosi così totalmente all’orchestra; lei ha ricambiato la cortesia dialogando in modo esplicito, soprattutto nel primo movimento, con le diverse sezioni strumentali in uno scambio godibilissimo e divenendo così il centro ideale avendo l’orchestra tutta intorno a sé. Virtuosa d’eccezione, sembrava aver formato un tutt’uno con il suo violino, traendo da esso, specie nello Scherzo centrale, le sonorità più diverse in un ritmo serrato dai chiaroscuri timbrici molto decisi. Nel finale Moderato lo scambio con l’orchestra muta ancora, ritornando alla quiete del primo movimento grazie alle suggestioni magiche ed oniriche proposte dall’assieme, su cui il violino solista si muove esponendo con grazia il proprio discorso.

I quadri di un’esposizione di Musorgskij, orchestrati da Ravel, si sono incontrati con la bacchetta di Halffter Caro in modo davvero felice, in un’esecuzione trasparente e piena, chiudendo il concerto in modo entusiasmante con un’interpretazione generatrice di energia pura, in cui suoni e colori molteplici si potevano cogliere in un legame brillante “vedendoli” spaziare da tonalità brillanti ad altre più cupe ad altre ancora lievi e delicate, vivaci o magiche, inquietanti o grottesche, passando attraverso immagini separate a volte da delle Promenade ognuna mai uguale all’altra, complici le diverse suggestioni suscitate da questo o da quel quadro esposto appena osservato, o attesa del prossimo, eco di quanto appena visto o aspettativa per quello che verrà. Ascolto e visione, immagine e immaginazione si legano in modo grandioso e drammatico; ogni episodio si spera non sia l’ultimo e vien quasi voglia di chiedere “ancora uno, per favore”, ma poi si affaccia alla vista la Grande porta di Kiev, finale corale la cui conclusione, dal palese tono religioso, non si precipita, ma si fa attendere, aprendosi in modo trionfale e facendo uscire tutti nella luce.

Paola Pini