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Trieste - Teatro Verdi: Quinto concerto della stagione sinfonica

OperaClick, 17/10/2016

 

Non è frequente assistere a un concerto non monografico (russo, francese, italiano…) che non abbia in sé nulla di tedesco. Non solo nella nazionalità degli autori, ma nello spirito artistico, il quinto appuntamento della stagione sinfonica del Verdi è quanto di meno germanico si possa pensare.
Le attrattive del concerto di venerdì 14 ottobre, in replica sabato alle 18, erano almeno due: un programma, appunto, all’insegna dello spirito nazionale (franco-spagnolo nella prima parte, americano nella seconda) e Francesca Dego al violino, sempre meglio inserita nel cielo delle stelle fisse della musica internazionale. La serata ha senz’altro premiato il pubblico, assai soddisfatto.
Éduard Lalo poté assistere alla prima della sua Symphonie espagnole nel 1875, nel pieno di quella moda spagnoleggiante che diede vita, negli stessi mesi, alla Carmen. Si tratta, com’è noto, di una sinfonia concertante che prevede una ricca e succosa parte per il solista; da buon francese, Lalo la orchestrò benissimo, ma il vero divertimento (come confermò subito Čajkovskij quando la suonò) sta nel virtuosismo fascinoso del violino. Vero banco di prova per tecnica e intensità espressiva, pur senza scavare troppo nel profondo, come detto la Symphonie è stata eseguita a Trieste da Francesca Dego, non nuova sui palchi triestini ma senz’altro un’altra interprete rispetto a quella di qualche anno fa. La ventisettenne lombarda ha mantenuto l’aspetto elegante e piuttosto algido, e i lineamenti sereni del volto anche nei passaggi più difficili; del resto la tecnica è impeccabile, e su questo sono tutti d’accordo. Forse manca ancora una maturità espressiva che quei lineamenti potrebbe incrinare: o insomma, quella maturità che va di là da un virtuosismo cristallino e giunge alla magia. Il giudizio, si capisce, è un po’ superficiale, ma anche il programma, appunto, non prevedeva prove tra le più profonde del repertorio. Perciò si può dire che, della Symphonie di Lalo e ancor più nella successiva Tzigane di Ravel, la Dego è interprete di primo piano: nelle funamboliche imprese violinistiche richieste dai due brani non solo non c’è stata alcuna esitazione, ma il suono ricco e timbrato in tutto il registro ha convinto il pubblico, se ce n’era bisogno, che c’è solista e solista, e venerdì abbiamo sentito una prova che rassicura sui prossimi anni di carriera della violinista italiana. Speriamo di poterla presto sentire in concerti più impegnativi (Berg?), per saggiarne definitivamente la maturità. Ben due i bis, per un totale di circa un’ora nella quale Francesca Dego quasi non ha staccato la mano sinistra dal violino.
A dirigere l’orchestra del Verdi era Cristopher Franklin, elegante e deciso nel gesto come questa elegantissima musica richiede. Le masse hanno risposto bene, e il rapporto con la solista è sembrato particolarmente a fuoco: non solo grazie alla bacchetta del maestro, ma probabilmente anche perchè l’orchestra stessa è più accogliente verso musicisti di un certo calibro. Da promuovere senz’altro anche la seconda parte della serata, molto ben scelta. La suite delle danze da West Side Story è complementare alle profumate musiche ispaniche dei due francesi: si respira la stessa gioia nell’individuare musicalmente uno spirito nazionale e, nel caso di Bernstein, anche generazionale. Bernstein, eterno ragazzo com’è noto, riuscì con eccezionale bravura a cogliere il movimento, il “tono” del giovane americano, servendosi al meglio della sua magnifica conoscenza dei timbri orchestrali e della costruzione sinfonica e, al tempo stesso, del suo istinto musicale che affonda le radici nella sua terra. Franklin è a casa sua con questa partitura, e l’orchestra risponde con il giusto entusiasmo, senza il quale di West Side Story si perde qualcosa. Chiude il programma l’Ouverture da Candide, che Bernstein compose subito prima del musical: ancora scintille dalla bacchetta di Franklin, visibilmente soddisfatto dell’accoglienza finale del pubblico. Tutte musiche che fanno bene a una compagine come quella del Verdi, che più varia nel repertorio e più è destinata a crescere.

La recensione si riferisce al concerto del 14 Ottobre 2016

Lorenzo De Vecchi