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Splendida chiusura della stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste.

Il Piccolo - La classica nota di Paolo Bullo, 22/10/2016

 

La recensione di un concerto non è certo la sede più opportuna per descrivere la genesi di una pagina musicale ma nella fattispecie credo sia utile, prima di passare alla cronaca della serata, dare qualche chiarimento in merito seppure in modo forzatamente schematico.
Lo stesso Beethoven ebbe modo di definire come <<la mia opera più compiuta>> la Missa Solemnis in re maggiore per Soli, Coro e Orchestra op.123. Ovviamente si tratta di musica sacra, ma in questo caso la definizione è estremamente limitativa, perché il percorso liturgico è solo una traccia che il compositore ha seguito per arrivare a un risultato artistico che non può essere soffocato da una tassonomia anche nobile.
La Messa è stata pensata e scritta per celebrare la consacrazione ad Arcivescovo di Olmùtz del Principe Rodolfo D’Asburgo, che di Beethoven fu mecenate e amico.
Il compositore iniziò questo lavoro monumentale nel 1818 e nel 1824, quando la Messa fu eseguita per la prima volta a San Pietroburgo, era ormai completamente sordo e si racconta che si accorse del trionfo ottenuto solamente perché il pubblico sventolò dei fazzoletti bianchi.

Dal punto di vista dell’ispirazione compositiva, credo non sia blasfemo affermare che la Missa Solemnis sia una specie di rielaborazione e ripensamento della musica sacra scritta sino a quel momento, una pagina musicale che oscilla tra una religiosità tradizionale quasi tranquillizzante e una spiritualità più profonda, laica e forse proprio per questo motivo più potente. Meglio di così non so dire.
Più classica sembra, invece, l’architettura formale che si dipana in cinque parti: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus-Benedictus e Agnus Dei.
Non è un caso che ovunque, in Italia e all’estero, questo capolavoro sia programmato con notevole parsimonia: presenta infatti oggettive difficoltà di esecuzione, soprattutto perché richiede l’impiego di cantanti di livello, un coro nutritissimo (a Trieste è venuto “in soccorso” il Coro della Filarmonica Slovena), un eccellente violinista per l’assolo del Benedictus e un direttore capace di trovare l’amalgama tra tutti questi elementi e l’orchestra in una partitura monumentale e ardua da gestire, in particolare nel diabolico (absit iniuria verbis) contrappunto delle fughe.
Ieri sera Gianluigi Gelmetti, concentrato ed essenziale nel gesto, è riuscito splendidamente ad assemblare questa specie di puzzle inestricabile e a restituire liquida, scorrevole, emozionante una pagina che segna un punto fermo non solo del repertorio sacro ma nella musica in generale.
Ovviamente i meriti sono da dividere con il Coro, che qui è protagonista in una pagina irta di difficoltà tecniche e spossante anche dal punto di vista fisico, con le interminabili fughe del Gloria e del Credo. Inoltre, come segnalato all’inizio, al Coro della fondazione triestina si è unito quello della Filarmonica Slovena di Lubiana e perciò a maggior ragione vanno lodati Fulvio Fogliazza e Martina Batich, che hanno preparato le due compagini.
Eccellente Stefano Furini, Konzertmeister dell’Orchestra del Verdi, nel suo paradisiaco assolo nel Benedictus, che è stato uno dei momenti magici della serata per lo straordinario affiatamento con i solisti.
Tra i cantanti, tutti da elogiare anche per la sobrietà e l’eleganza del portamento (non è scontato) ho trovato in forma smagliante il mezzosoprano Marina Comparato, che negli anni ha acquisito consapevolezza dei propri mezzi e ultimamente ha impreziosito la voce di sfumature ambrate che ne ampliano la gamma espressiva.
Bravo Giovanni Sebastiano Sala, dalla franca e robusta vocalità schiettamente tenorile, di cui ho apprezzato l’emissione omogenea e pulita. Dopo un inizio un po’ cauto si è ben disimpegnata anche il soprano Hye Myung Kang, che ha sfoggiato fiati lunghi e colore accattivante oltre che acuti lucenti. Solenne e autorevole è sembrato anche Giorgio Giuseppini, in una parte assai impegnativa per il registro vocale di basso.

Ma torniamo a Gianluigi Gelmetti, il quale ha avuto come primo merito la cura certosina nel calibrare le dinamiche di una partitura densissima, in cui basta poco per sommergere coro e cantanti e trasformare in un flusso di suono magmatico e incontrollabile una pagina musicale che è invece raffinata e intima. Ne è uscita un’interpretazione fluida, meditata nelle agogiche e rispettosa dei solisti che il direttore ha sostenuto ininterrottamente col gesto e con lo sguardo.
L’Orchestra del Verdi, che a mio parere sta crescendo a vista d’occhio, ha risposto con efficacia e dedizione e ha brillato in tutte le sezioni portando a termine una prestazione di assoluto rilievo che ha avuto il punto più alto nell’Adagio dell’Agnus Dei.
Il teatro era affollato e il pubblico ha seguito con trepidazione il concerto, premiando alla fine tutti con applausi intensi e numerose chiamate al proscenio.
Si è chiusa così una stagione sinfonica breve, concentrata, ma interessante nelle scelte e soprattutto eccellente negli esiti artistici.
È stata anche l’occasione per salutare il Maestro del Coro Fulvio Fogliazza, festeggiato da tutti, che ha concluso la sua proficua collaborazione col Teatro Verdi. Al suo posto è stata ingaggiata Francesca Tosi, che sarà al lavoro già dall’imminente La serva padrona di Paisiello programmata per la prossima settimana.
La Missa Solemnis si replica oggi alle 18, invito tutti a partecipare.